La strage di Ustica (Video)

La strage di Ustica ebbe luogo la sera del 27 giugno 1980

Il velivolo Itavia partí alle ore 20.08 (anziché alle 18.15) da Bologna verso Palermo venne colpito da un missile nel cielo di Ustica squarciandosi in volo e inabissandosi nel braccio di mare compreso tra le isole tirreniche di Ustica e Ponza.

Nell’evento persero la vita tutti gli 81 occupanti dell’aereo.. Molto probabilmente non si trattò di un attacco deliberato ma di un errore durante una esercitazione militare.

Tuttavia ammettere la verità avrebbe significato mettere in moto movimenti pacifisti ed il governo italiano non avrebbe potuto facilmente accettare la installazione dei missili a Comiso.

I professori Antonio Molorni e Antonio Acampora del Cnr di Napoli, scoprirono le tracce di vari esplosivi  grazie al loro spettrometro di massa.

Lo spettrometro rileva la sostanza quando è presente anche in quantità molto piccole,anche,nell’ordine di un milionesimo di milionesimo di grammo.

Con ulteriori esami avrebbero potuto scoprire anche la nazionalità del missile ma sul finire del loro lavoro ebbero entrambi la sensazione di essere intercettati e per qualche strana ragione non portarono a termine le loro ricerche.

La Procura di Palermo dispose l’ispezione esterna di tutti i cadaveri rinvenuti e l’autopsia completa di 7 cadaveri.

Sulle sette salme,a cui fu disposta l’autopsia,furono riscontrati grandi traumi da caduta e lesioni enfisematose polmonari da decompressione (tipiche di sinistri in cui l’aereo si apre in volo e perde repentinamente la pressione interna).

Nelle perizie gli esperti affermarono che l’instaurarsi degli enfisemi da depressurizzazione precedette cronologicamente tutte le altre lesioni riscontrate, ma non causò direttamente il decesso dei passeggeri facendo loro soltanto perdere conoscenza.

La morte, secondo i medesimi esperti, sopravvenne soltanto in seguito, a causa di traumi fatali, riconducibili a reiterati urti con la struttura dell’aereo in caduta e, in ultima analisi, all’impatto del DC9 con l’acqua.

La ricerca tossicologica dell’ossido di carbonio e dell’acido cianidrico (residui da combustione) fu negativa nel sangue e nei polmoni. Nessuna delle salme presentava segni di ustione o di annegamento.

Il controllo radiografico, alla ricerca di residui metallici, risultò positivo su cinque cadaveri.
La perizia ritenne di escludere, per le caratteristiche morfologiche e dimensionali, la provenienza dei minuscoli corpi estranei dall’eventuale frammentazione di involucro di un qualsiasi ordigno esplosivo.

Nell’ottobre 1980 il giudice Santacroce, che stava indagando sul disastro di Ustica, chiese al ministro dei trasporti di recuperare il relitto finito nel mare a 3500 metri di profondità ma non ottenne risposta.

Il ministro  quantificò in dieci miliardi la spesa per il recupero e nel 1983 girò la pratica ad Amintore Fanfani che era presidente del Consiglio. Fanfani rispose al nuovo ministro dei trasporti Casali Nuovo che non vi era una disponibilità finanziaria di tale dimensione; e suggerì di utilizzare fondi a disposizione del Ministero dei trasporti.

Sempre nel 1983 il giudice Santacroce, prima di formalizzare l’inchiesta che passò a Vittorio Bucarelli, tornò alla carica affermando che se si voleva veramente scoprire la verità su Ustica era necessario recuperare il relitto.

Passarono altri tre anni e l’1 agosto 1986 vi fu, su pressione dei parenti delle vittime, l’intervento del Presidente della repubblica nei confronti del presidente del Consiglio di cui abbiamo già detto.

L’appalto stranamente venne affidato ai francesi su semplice trattativa privata.

La cosa venne spiegata da Amato col fatto che gli Usa -che pure già avevano rintracciato e fotografato il relitto e nonostante disponessero della più grande ditta del mondo attrezzata a tale scopo- avrebbero fatto intendere alla Commissione d’inchiesta, tramite l’ambasciatore, che non volevano impegnarsi nel caso Ustica.

Nel maggio 1987 la società statale francese Infremer ricevette l’incarico mediante trattativa privata di recuperare il relitto del Dc9.

La nave francese Le Noirot ebbe un mese di tempo per scandagliare un’area di quaranta miglia e localizzare il relitto, dando una prima risposta al giudice Bucarelli.

La società francese si mostrò molto generosa e disse che, qualora entro il 2 giugno non avesse raggiunto l’obiettivo, si sarebbe accollata le spese e avrebbe abbandonato l’incarico.

Tutto ciò appare molto strano perché lo stesso Amato aveva dichiarato che il relitto era stato rintracciato e fotografato dalla Marina militare Usa già nel 1986. Per quale motivo i francesi vollero rifare tutto il lavoro di ricerca impiegando grandi mezzi, prima di dare il via al recupero vero e proprio?

I francesi asserirono, per voce del direttore dei lavori della Infremer Dominique Girard, che dovettero perdere tempo per localizzare il relitto, ignorando nuovamente che esso era già stato fotografato dalla Marina Usa.

Sorge quindi il sospetto che abbiano voluto guadagnare tempo, per verificare che nella scatola nera non vi fossero informazioni per loro compromettenti.

I francesi completarono il recupero del relitto un anno dopo, nel maggio 1988.

La commissione peritale Blasi confermò che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un missile ma -caso strano- tra i rottami non fu trovato neanche un pezzo pur piccolo del missile.

Anche in questo caso, il sospetto che non tutto il materiale recuperato dalla Infremer sia stato consegnato alla commissione d’inchiesta è forte.

Nell’ottobre 1980 il giudice Santacroce, che stava indagando sul disastro di Ustica, chiese al ministro dei trasporti di recuperare il relitto finito nel mare a 3500 metri di profondità ma non ottenne risposta.

Il ministro Balzamo quantificò in dieci miliardi la spesa per il recupero e nel 1983 girò la pratica ad Amintore Fanfani che era presidente del Consiglio. Fanfani rispose al nuovo ministro dei trasporti Casali Nuovo che non vi era una disponibilità finanziaria di tale dimensione; e suggerì di utilizzare fondi a disposizione del Ministero dei trasporti.

Sempre nel 1983 il giudice Santacroce, prima di formalizzare l’inchiesta che passò a Vittorio Bucarelli, tornò alla carica affermando che se si voleva veramente scoprire la verità su Ustica era necessario recuperare il relitto.

Alla seduta del parlamento,si presentarono solo 16 politici, in cui il Ministro della difesa promesse che sarebbe stata fatta luce sulla faccenda

Il Generale portavoce sostenne che la causa del disastro fu un cedimento strutturale dell’aereo; questa ipotesi venne seccamente smentita da un portavoce dell’azienda statunitense che vendeva quei velivoli.

Pochi giorni dopo la strage di Ustica un giornale inglese, l’Evening Standard uscì con una notizia molto precisa, secondo la quale a colpire il Dc9 Itavia fu un missile lanciato dalle portaerei francesi Foch e Clemenceau che stavano facendo esercitazioni con un aereo bersaglio. I francesi risposero che le loro navi il 27 giugno erano in porto a Tolone. Non risulta che l’Italia fece nulla per accertarlo. Giova solo ricordare che le forze armate francesi non sono coordinate dalla Nato perché non vi fanno parte e che dispongono in Corsica di basi per la sperimentazione di alte tecnologie missilistiche militari.

E’ molto probabile che il Dc9, partito da Bologna con due ore di ritardo, non fosse stato loro segnalato e che si sia trovato a loro insaputa nell’area delle esercitazioni.

Va inoltre ricordato che i francesi sono dotati di missili che vengono guidati dal radar dell’avversario, che può essere entrato in sintonia col segnale emesso dal Dc9 il quale, come ha confermato la perizia Blasi, fu colpito nella parte anteriore dove sono sistemati gli apparecchi elettrici ed elettronici, cessando immediatamente di trasmettere.

Gli aerei bersaglio di cui la Francia dispone potevano benissimo dislocarsi alla quota del Dc9 (circa 10.000 metri) e rappresentare quella traccia ad alta velocità (700 nodi) che incrociò la rotta dell’aereo Itavia e venne rilevata sia dagli esperti Usa sia dalla commissione Luzzati e da altri esperti.

Infatti il loro modello 1094 Matra Vanneau può raggiungere quota 24.000 metri per una velocità massima di 3.100 Km./h con un raggio d’azione di 185 Km.

In merito alla presenza di unità da guerra nel Tirreno l’allora ministro della Difesa ha dichiarato: “Gli Stati uniti e la Francia avevano allora alcuni loro reparti nel Tirreno”. L’ex ministro smentì di fatto i francesi i quali hanno sempre affermato che le loro forze navali erano nella rada di Tolone.

Nonostante gran parte dei parlamentari, la stampa e l’Alitalia (in modo interessato) propendessero nettamente per il cedimento strutturale dell’aereo, il ministro dei trasporti Formica si oppose all’approvazione di una mozione di condanna dell’Itavia, lasciando un varco aperto verso la ricerca della verità. Tra le altre cominciò a farsi strada l’ipotesi che ad abbattere il Dc9 fosse stato un missile.

L’inchiesta di Canal Plus: “Le autorità francesi mentirono sulla presenza di una portaerei nel Mediterraneo e sull’attività della base militare in Corsica”. La tv d’Oltralpe, a 35 anni di distanza, rilancia l’ipotesi dell’abbattimento del Dc9 da parte di caccia di Parigi. Una tesi già sostenuta nel 2007 da Cossiga, presidente del Consiglio in carica all’epoca dei fatti. I familiari delle vittime: “Il governo italiano chieda conto di quelle reticenze”

PARIGI – Una serie di “bugie di Stato” che riaprono l’ipotesi di un coinvolgimento francese nella strage di Ustica. Trentacinque anni dopo, è una televisione d’Oltralpe che indaga sui misteri della notte del 27 giugno 1980, rilanciando l’ipotesi dell’abbattimento del Dc9 da parte di caccia dell’esercito francese. Il giornalista Emmanuel Ostian firma un’inchiesta che sarà trasmessa lunedì da Canal Plus con il titolo “Il disastro di Ustica: un errore francese?”.

Il documentario svela almeno due affermazioni false delle autorità di Parigi, a cominciare dal fatto che la base militare di Solenzara in Corsica era “chiusa a partire dalle ore 17” il giorno del disastro, cioè quattro ore prima che il Dc9 precipitasse. Gli autori dimostrano che non era vero grazie alle testimonianze di militari dell’epoca. Tra questi, l’ex generale dei carabinieri Niccolò Bozzo presente a Solenzara che ricorda come invece fino a tarda sera nella base militare ci fosse “un’intensa attività”, con “decine di aerei” decollati dalla Corsica mentre il Dc9 di Itavia era in volo tra Bologna e Palermo.

L’inchiesta della tv francese smentisce anche la difesa delle autorità secondo cui “nessuna portaerei francese era in mare il giorno della tragedia”: è la risposta data nel 2007 quando Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio in carica al momento dei fatti, affermò che era stata Parigi responsabile dell’abbattimento del Dc9, ribadendo poi le sue dichiarazioni davanti agli inquirenti. Cossiga aveva parlato della presenza della portaerei “Clemenceau” nel Mediterraneo, subito negata dalle autorità francesi. Gli autori del programma confermano invece l’ipotesi, rivelando che si trattava della portaerei “Foch”, come risulta da documenti inediti che certificano l’attività della nave il 27 giugno 1980.

È una delle prime volta che i media d’Oltralpe riprendono quello che nel documentario viene definito come “terribile scenario “: le 81 vittime sarebbero state il danno collaterale di un’operazione militare in corso. Secondo la ricostruzione di Canal Plus, i caccia francesi volevano abbattere un Mig libico che seguiva da vicino il Dc9 e avrebbero così lanciato per errore un missile contro l’aereo di linea Itavia. All’epoca, ricorda il documentario riprendendo dichiarazioni del capo dei servizi segreti, Muhammar Gheddafi era il “nemico pubblico numero uno” di Parigi. All’Eliseo c’era Valéry Giscard d’Estaing che non ha voluto incontrare il giornalista dell’emittente, nonostante numerose sollecitazioni.

Le autorità francesi continuano a mantenere il ” Secret Défense” sugli eventi di quella sera.

“È importante che la tragedia di Ustica e le possibili responsabilità della Francia siano portate all’attenzione dell’opinione pubblica da un canale televisivo nazionale”, commenta Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage.

Il Tribunale di Palermo ha condannato, con tre diverse sentenze, i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire 31 familiari delle vittime di Ustica per complessivi 12 milioni di euro, confermando l’ipotesi di un disastro aereo causato, “con elevata probabilità”, da un missile o da una “quasi collisione” con un altro velivolo intruso.

Si tratta solo dell’ultima sentenza di condanna, arrivata dopo altre simili. Resta da vedere se il documentario di Canal Plus convincerà Parigi a dare nuove risposte.

Il governo italiano potrebbe finalmente chiedere conto con forza ai francesi delle tante reticenze e bugie di questi anni

Nel 2007 l’ex-presidente della Repubblica Cossiga, all’epoca della strage presidente del Consiglio, ha attribuito la responsabilità del disastro a un missile francese «a risonanza e non ad impatto», destinato ad abbattere l’aereo su cui si sarebbe trovato il dittatore libico Gheddafi.

Tesi analoga è alla base della conferma, da parte della Corte di Cassazione, della condanna al pagamento di un risarcimento ai familiari delle vittime, inflitta in sede civile ai Ministeri dei Trasporti e della Difesa dal Tribunale di Palermo

I procedimenti penali per alto tradimento, a carico di quattro esponenti dei vertici militari italiani, si sono conclusi con l’assoluzione degli imputati. Altri procedimenti a carico di militari (circa 80) del personale AM si sono conclusi con condanne per vari reati, tra i quali falso e distruzione di documenti.

La compagnia di volo Itavia cessò le operazioni il 10 dicembre; il 12 dicembre le fu revocata la licenza di operatore aereo (su rinuncia della stessa compagnia) e, nel giro di un anno, si aprì la procedura di fallimento.

Il Generale portavoce sostenne che la causa del disastro fu un cedimento strutturale dell’aereo; questa ipotesi venne seccamente smentita da un portavoce dell’azienda statunitense che vendeva quei velivoli.

USTICA E BOLOGNA, IL GRANDE IMBROGLIO

Nell’ambito dell’alleanza occidentale si decise quindi di nascondere in tutti i modi la verità, distruggendo ogni possibile prova e mettendo in atto varie forme di depistaggio ad opera dei servizi segreti”.

Bisognava assolutamente guadagnare tempo, per impedire che la magistratura potesse scoprire la verità, e nel frattempo costruire azioni di depistaggio credibili visto che, questa volta, la strage non era stata progettata prima.

La posizione del governo italiano in quel momento divenne importantissima per superare le difficoltà sorte tra europei e Usa, nell’ambito della strategia Nato, sulla dislocazione dell’armamento nucleare Usa in Europa

La conclusione principale alla quale la commissione Luzzati pervenne fu quella che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un’esplosione, senza chiarire se interna od esterna, mentre era già chiaro che fu un missile.

Del resto lo stesso Luzzati era cosciente di quello che accadeva intorno ad Ustica, perché nella trasmissione della Bbc disse che i responsabili non si sarebbero mai scoperti.

Quindi gli incidenti reali o mancati nel cielo di Ustica erano frequentissimi e la probabilità che un missile, sfuggito al controllo, abbia colpito il Dc9 Itavia il 27 giugno 1980 è confermata.

Nell’ottobre 1982 un’inchiesta della Bbc rese evidente che un missile abbattè il Dc9 di Ustica , a dire di un esperto del Pentagono,si trattò di un attacco deliberato portato avanti da più caccia.

Il conduttore della trasmissione, affermando che in quel periodo i rapporti tra Libia e Italia erano pessimi, officiò l’ipotesi che ad attaccare fossero aerei libici.

L’esperto americano confermò che i Mig 23 in possesso dei libici erano in grado di portare quel tipo di attacco e di armamento. Si affacciò in questo modo un’ipotesi, quella dell’attacco libico, che più volte tornerà sulla stampa e nelle informative del Sismi; ma che, come vedremo, non fu che l’ennesimo depistaggio.

Dopo i depistaggi l’inchiesta su Ustica cadde in un lungo oblio per riemergere solo nell’agosto 1986 quando, in occasione del sesto anniversario, i parenti rivolgendosi a Cossiga sollecitarono un suo intervento perché finalmente si facesse giustizia.

Il Presidente della repubblica inviò una lettera al presidente del Consiglio Craxi nella quale sottolineava che, anche per non perdere credibilità di fronte alla comunità internazionale, era necessario superare tutte le difficoltà che avevano impedito di individuare i responsabili della strage di Ustica.

I tecnici dell’Areonautica militare, al contrario, sostennero che ad abbattere il Dc9 fu una bomba posta all’interno, perché a loro dire le tracce di esplosivo T4 trovate sui corpi e sui seggiolini non si sarebbero potute trovare qualora l’esplosione fosse avvenuta all’esterno del velivolo.

Si coprirono di ridicolo, visto che tracce di Tnt oltre al T4 furono già rinvenute nei laboratori inglesi che svolsero le indagini per conto della commissione Luzzati, come è stato confermato dalla relazione Pratis.

In previsione del recupero del relitto il Sismi -avendo ormai la certezza che i periti avrebbero definitivamente confermato l’ipotesi del missile- riesumò il depistaggio basato sul Mig libico. Depistaggio che avrebbe consentito di gestire la nuova verità scaricandone la responsabilità su Gheddafi.

Nel marzo 1987 il Sismi fece pervenire al magistrato un dossier, secondo il quale il pilota libico, al comando di un prototipo di Mig 23, tradì Gheddafi per passare agli Usa il velivolo russo.

Scoperto, venne inseguito da due caccia inviati da Gheddafi;

Gli inseguitori intercettarono il traditore e lanciarono due missili, uno dei quali colpì il Dc9 Itavia che si era venuto a trovare nel suo percorso casualmente oppure -altra versione- appositamente per proteggersi il traditore usò l’aereo civile come copertura. Il Mig 23 fuggito venne successivamente abbattuto con la mitragliera e cadde a Castelsilano in Calabria.

Abbiamo già detto che il dossier del Sismi altro non fu che un ennesimo tentativo di depistare le indagini del magistrato.

Gli esperti della Aeronautica dimostrarono che nessun Mig avrebbe avuto l’autonomia di volo, partendo dalla Libia, per inseguire il traditore e poi tornare alla base.

Inoltre il Mig precipitato in Calabria non aveva affatto caratteristiche di prototipo tali da interessare gli Usa ma era un tipo arretrato, non dotato di apparecchiature elettroniche sofisticate, che l’Urss normalmente vendeva ai paesi del terzo mondo.

Il segretario della Nato, in un’intervista del novembre 1988, affermò che l’Italia non si rivolse mai ufficialmente alla Nato per sapere dove erano dislocate le forze atlantiche il 27 giugno 1980 e se vi erano manovre in corso nell’area del Tirreno.

Comunque, significativamente, il segretario della Nato affermò che era da escludere ogni responsabilità dell’Alleanza nella strage di Ustica; ma di non poter escludere che manovre delle forze nazionali Usa, francesi, tedesche fossero in corso in quella data.

Scritto da Luis Celin Betanco

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